I più significativi fallimenti del decennio

I più significativi fallimenti del decennio

di Salvatore Di Bella

Iniziamo questo 2020 con un argomento alquanto particolare: quest’ultimo decennio, oltre che uno sviluppo tecnologico impressionante sotto tanti punti di vista, ha portato anche enormi cambiamenti che hanno toccato diverse tipologie di industrie, quelle dell’intrattenimento televisivo/cinematografico e musicale con l’avvento dei servizi di streaming, ad esempio, o il campo della moda che ha dovuto faticare per adeguarsi ai ritmi imposti dal digitale.

Negli ultimi dieci anni molti brand mondiali, che avevano alle spalle una lunga storia di successo, hanno inizialmente passato periodi bui attraversando grosse difficoltà per poi, in breve tempo, fallire.

Noi di AppY Lab abbiamo stilato un elenco delle società che in diversi settori si sono trovate a chiudere i battenti o a rivedere profondamente la loro produzione.

Blockbuster (2010/2013)

Iniziamo questa mattanza trattando il caso Blockbuster, il colosso della distribuzione e del noleggio di videocassette e videogame fondato nel 1985. Nel 2010 la società dichiara bancarotta tentando invano una riorganizzazione del proprio business, ma nel 2013 arriva il fallimento definitivo del gruppo. La compagnia non ha saputo adeguarsi ai cambiamenti del settore e con l’avvento massiccio dello streaming ormai il declino era segnato.

L’ironia vuole che proprio lo streaming avrebbe potuto salvare l’azienda dal baratro, infatti nel 2000, un giovane Reed Hastings, a capo di una startup che oggi tutti conosciamo come Netflix, aveva proposto a Blockbuster di acquistare la sua società per 50 milioni di dollari, ma l’allora amministratore delegato del colosso, John Antioco, rifiutò l’offerta.

Gateway (2007)

Questa famosa azienda statunitense, produttrice di computer, dopo un boom che la vide quadruplicare il fatturato in soli 5 anni (1985-1990), una serie di scelte sbagliate (come quella di non sfruttare il mercato dei notebook) la portarono al collasso e dopo, nel 2007, all’acquisizione completa da parte della taiwanese Acer per 710 milioni di dollari.

Toys’r’us (2018)

Un altro fallimento, causato soprattutto dall’avanzata massiccia dell’e-commerce, è quello della catena americana di negozi di giocattoli Toys’R’Us, che nel 2018 ha chiuso totalmente dopo anni di bilanci negativi che hanno portato la società a fare oltre 7 miliardi di dollari di debito.

Vonage

Praticamente la mamma della tecnologia VoIP; anche qui una serie di problemi e scelte aziendali sbagliate l’hanno portata ad un decadimento finanziario e ad un ruolo di secondo piano nel settore in cui opera.

Palm

Nota azienda produttrice di dispositivi mobili, dopo un iniziale successo che la vide in pole position nelle classifiche delle vendite (fine 2005) con Blackberry e Nokia, sprofondò in una pesante crisi che la finì irrimediabilmente, colpa dell’avvento delle nuove tecnologie ma soprattutto dell’arrivo del primo IPhone della casa di Cupertino. Ad oggi le azioni della società valgono 11$ rispetto a circa 700$ degli anni 2000.

BlackBerry (2016/2017)

Nel settore mobile, invece, non può non essere menzionato il caso di BlackBerry, che attorno al 2011 controllava circa il 50% dell’intero mercato dei cellulari negli Stati Uniti e il 20% a livello globale, diversamente da oggi che è completamente assente dal mercato degli smartphone: non volendosi adattare ai nuovi sistemi operativi e soprattutto rifiutando l’uso degli schermi touch, la compagnia si è trovata nel 2016 completamente esclusa dalla guerra combattuta sul campo degli smartphone.

Iridium (2000)

Servizio di telecomunicazione satellitare globale, finanziato da Motorola per la bellezza di 5 miliardi di dollari. Prevedeva la messa in orbita di 77 satelliti (ispirandosi al numero dell’elemento IRIDIO nella tavola periodica degli elementi), ma, ahimè, ne funzionarono solo 66, un loro dispositivo mobile costava oltre 3.000 dollari ed i costi delle chiamate si aggiravano attorno ai 5 dollari al minuto, prezzi davvero fuori di testa per il 1999, e proprio per i costi, davvero esosi, in breve tempo l’azienda crollò a picco.

Kodak (2012)

Qualcuno però c’è la fatta a risorgere dalle proprie ceneri, nonostante abbia accusato molto il colpo: La storica Kodak porta la bandiera di questo gruppo con valore.

Fondata nel 1888, il colosso americano è stato per anni il principale produttore di apparecchi fotografici professionali, ma non ha superato indenne la rivoluzione digitale.

Il 2012 segna il, fortunatamente momentaneo, fallimento della compagnia che entrò nello stato di amministrazione controllata; per seguire un piano di rilancio la società ha dovuto, però, cessare la produzione di macchine fotografiche e pellicole. Nel 2013 ecco la svolta e con tanti sforzi la società riesce ad uscire dal periodo di bancarotta concentrandosi soprattutto su altri prodotti come ad esempio stampanti, accessori per fotografi professionisti, ma anche telefoni, tablet e mette in circolazione persino una criptovaluta.

Conclusioni

La rivoluzione digitale come abbiamo visto coinvolge sempre più i settori (tradizionali e non) e sta diventando una leva strategica che non può e non deve essere ignorata, anzi va utilizzata quanto prima come vantaggio competitivo. 

E il decennio appena cominciato sarà ancora più travolgente sulle tecnologie innovative e sul digital. L’avventura è appena cominciata!

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